Salvatore Ladiana e TeatroInBolla: Teatroterapia d’Avanguardia in carcere.

Andrea Partiti intervista Ladiana dopo una minuziosa ricerca tra le esperienze teatrali nell’ ambito carcerario del milanese.

La nostra indagine sulle realtà teatrali nelle carceri di Milano si conclude nel carcere di Bollate, dove è attiva,da anni, l’associazione culturale TeatroInBolla. La differenza tra questa realtà e le precedenti è la formazione: l’associazione è formata da attori e registi che sono però anche teatroterapeuti. Incuriosito da come questo background formativo potesse riflettersi sul lavoro,ho deciso di contattare Salvatore Ladiana, presidente e fondatore di TeatroInBolla. Oltre a essere un attore e un regista teatrale, Salvatore Ladiana ha una solida formazione come Teatroterapeuta riconosciuto e qualificato. TeatroinBolla, nasce nel 2014, dopo che Salvatore ha già accumulato 20 anni di esperienza nel mondo del teatro. Essendo presente sul territorio da soli 4 anni, TeatroInBolla è in assoluto la realtà più giovane tra quelle prese in esame.

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Con che modalità e con che scopi è nato il Vostro progetto?

Il progetto, sviluppato all’interno del Settimo Reparto Protetti della Casa di Reclusione di Milano Bollate, nasce dal lavoro psicologico-trattamentale che porto avanti dal 2012 a oggi con detenuti che hanno commesso reati di violenza contro terzi.

Essendo, oltre che attore e regista, un Teatroterapeuta, il lavoro che imposto con loro è diverso dal lavoro nelle carceri “tradizionale”.

L’esperienza terapeutica della Teatroterapia d’Avanguardia non si manifesta nelle forme teatrali che prevedono la messa in scena di un testo o la costruzione del personaggio, ma si inserisce nel riconoscimento e sviluppo della propria corporeità. Questo riconoscimento parte dalla sensorialità per costruirsi riconoscendo i limiti tra me e non-me e tra me-e l’Altro.

Personalmente, trovo questo approccio al lavoro fondamentale. Durante la mia esperienza, ho potuto osservare che proprio nei reati in cui il soggetto ha “violato” il corpo dell’altro sia attraverso violenze ( ma anche a seguito di “scoppi esplosivi di violenza”,momentanee perdite di lucidità) non si siano riconosciuti e rispettati dei confini, confini che riguardano sia i diritti dell’aggredito che la psiche dell’aggressore. Proprio da questo punto di partenza miriamo ad intervenire, stimolando la visione e la percezione dell’Altro come estensione di sé, come contenitore di un bisogno narcisistico ferito, come aspetto funzionale senza il quale non sopravvivo.
Quali benefici ottiene un detenuto dalla pratica teatrale? Quali sono i soggetti su cui la pratica teatrale ha ottenuto maggiori benefici?

I benefici che i reclusi sperimentano durante il lavoro sono molteplici, sebbene non siano quelli caratteristici dei lavori che prevedono un’esperienza teatrale “pura”, mirata principalmente all’allestimento scenico finale e all’interpretazione di uno o più personaggi.

Il lavoro di TeatroinBolla si focalizza sull’aspetto di extra-quotidianità, ovvero su un lavoro principalmente corporeo, mirato ad una espressività che esula dal quotidiano, dal consueto e dai principi stereotipati, principi che sappiamo essere molto alienanti in un ambiente come il carcere.

Attraverso questo lavoro corporeo, extraquotidiano e privo di steroetipi vogliamo arrivare ad una graduale consapevolezza delle proprie capacità espressive, capacità attivate nel momento in cui si rompe la quotidianità pesante e opprimente della reclusione.

Conoscer-Si e affermar-Si, fino ad arrivare all’ atto creativo unico ed irripetibile ma “eterno” nel ricordo emotivo e fisico.

In tutto questo c’è la terapeuticità.

Non esistono dei soggetti più o meno predisposti. L’importante è mettersi in gioco e affidarsi al conduttore, che avrà un ruolo delicato mirato all’ascolto e alla “cura” del gruppo. L’unica cosa che chiediamo è l’ascolto.salva001

Qual’è la vostra metodologia d’azione?

I laboratori di “TeatroInBolla” sono impostati attraverso un approccio diretto alla persona, dove la creatività di quest’ultima diviene un mezzo attraverso cui essa può trasformarsi e crescere. Il laboratorio tipo è strutturato in dodici incontri settimanali di due ore ciascuno.

Ogni incontro ha un tema ben preciso. La struttura degli incontri diverge dal “classico” laboratorio di teatro: più che sulla messa in scena vera e propria di un testo teatrale, puntiamo sul costruire con ciascuno dei partecipanti un percorso esperienziale mirato alla ricerca del benessere individuale mediante il teatro. Tutto il lavoro ha come punto di riferimento, la ricerca dell’espressività del linguaggio corporeo e vocale come fonte di continua scoperta individuale. Questo è lo scopo della teatroterapia. Durante il percorso, educhiamo i partecipanti ad affinare la propria sensibilità sensoriale e la percezione della propria capacità espressiva corporea e vocale. Partendo dall’ extraquotidianità, l’obiettivo è quello della messa in scena dei propri vissuti, all’interno del contesto sicuro offerto dal gruppo. Questo viene fatto con il supporto di alcuni principi di presenza scenica derivati dall’artigianalità attoriale, artigianalità con cui abbattiamo il principio di finzione, per mettere finalmente in risalto la rappresentazione della verità.

La propria verità.

Per quanto riguarda gli strumenti concreti del nostro lavoro, come scenografie e costumi di scena, preferiamo, come Grotowski, lavorare in un ambiente il più possibile neutro. Lo stesso discorso si applica all’abbigliamento che consigliamo ai partecipanti: comodo e possibilmente nero. In tal modo facilitiamo, oltre ai movimenti, l’omogeneità e la coralità. Durante ogni incontro, conduciamo i partecipanti attraverso un lavoro fisico, ma allo stesso tempo creativo e introspettivo, sempre con la premessa di escludere tutto ciò che è consueto o riconducibile alla quotidianità. Atteggiamenti posturali, riscoperta del linguaggio visivo, abbattimento del giudizio e dell’autocritica, consapevolezza dell’ immobilità corporea, graduale approccio al contatto corporeo, fino a raggiungere con naturalezza la forma espressiva: queste le tappe del percorso di TeatroInBolla. Oltre alle indicazioni sull’abbigliamento, consigliamo l’utilizzo di un quaderno per poter fissare per iscritto sensazioni o emozioni post-incontro, così da acquisire materiale utile per un potenziale allestimento finale, che come ho detto non è però lo scopo primario del nostro lavoro.

Crediamo, da teatroterapeuti, che l’atto creativo sia qualcosa di unico ed irripetibile, che ci permette l’accesso alla scoperta di tutto ciò che già ci appartiene, ma che si fa fatica a fare emergere.

Il setting diviene il punto di riferimento di extra-quotidianità per tutti. L’idea spaziale che vogliamo trasmettere durante i nostri incontri è quella di una grande bolla trasparente, alla quale in ogni momento si può accedere e dalla quale, sempre in qualsiasi momento, si può fuoriescire, il tutto senza soluzione di continuità. La bolla “accoglie”, ammortizza le cadute, le paure, ovatta, separa dall’esterno, ma non in modo netto, per via della sua trasparenza. Permette una sorta di osmosi e di impatto visivo con l’esterno, mantenendone la peculiarità, proteggendo al contempo chi si trova all’interno di essa. La bolla accudisce,ma non separa totalmente. Nei lavori individuali ognuno darà vita alla propria creatività all’interno della propria “micro-bolla”, sottolineandone l’esclusività, costantemente relazionata al resto del gruppo dentro la “bolla-madre”. Il vero padrone della scena sarà solo la coralità.salva004

E da questa Bolla come escono i reclusi?

Arricchiti. Arricchiti da una consapevolezza nuova e sorprendente. Una consapevolezza, maturata attraverso l’esperienza post-laboratoriale, che porta il partecipante all’abbattimento del concetto di finzione (teatrale) fino ad arrivare alla definitiva consacrazione della verità (scenica).

Passando dalla mediazione teatrale si può arrivare ad una diversa visione della propria vita e soprattutto del proprio vissuto. E se si riesce a gettare una nuova luce su questi due aspetti, la persona cambia.

Inizia a rivalutare il suo vissuto come un errore, piuttosto che come un reato e basta, in quanto proprio attraverso gli interstizi dei nostri stessi errori riusciamo a cogliere quell’aspetto creativo e terapeutico che non elimina lo sbaglio ma lo fa divenire punto di ri-partenza.

Questa volontà di ripartire crea il terreno fertile in cui piantare il seme del recupero.
In che modo, secondo te, il vissuto dei partecipanti può portare verità ed intensità al teatro?

In base alla mia esperienza, ho visto che ogni luogo, anche un carcere o un ospedale psichiatrico, può essere fertile per un progetto di teatro e di teatroterapia. In luoghi come il Carcere di Bollate, inoltre, l’aspetto riabilitativo funge da vero e proprio catalizzatore.

Il lungo lavoro introspettivo ed emozionale, percorso attraverso l’espressività del linguaggio corporeo, porta inevitabilmente alla verità performativa, fino a divenire non più personaggio,ma attore di se stessi.

In questo modo si raggiunge una verità preziosa per il teatro.
CONCLUSIONI

Il lavoro di teatroterapia di Salvatore, estremamente originale e specifico del percorso creato da TeattroInBolla nel Carcere di Bollate, aggiunge alle conclusioni tratte in precedenza alcuni punti fondamentali.

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Innanzitutto il focus posto dai laboratori di TeatroInBolla più sul percorso personale che sul risultato performativo è un metodo interessante ed originale, laddove sia Punzo che i soggetti intervistati prima di Salvatore non ponevano ,in modo voluto, differenze tra il lavoro teatrale svolto in carcere e quello svolto in un teatro convenzionale. I benefici della teatroterapia praticata da TeatroInBolla emergono proprio all’interno di questo percorso di riscoperta emotiva, fisica e vocale. Tuttavia, a questi si sommano i benefici che, come abbiamo visto nei precedenti capitoli, sono intrinsechi e specifici dell’attività performativa teatrale (miglioramento della sicurezza in sé stessi,aumento dell’autostima,aumento all’attitudine al lavoro di gruppo e al rispetto delle regole,ecc.).

Infine, ho trovato molto interessante l’importanza posta da TeatroInBolla sulla coralità come strumento di omogeneizzazione e sull’extraquotidianità come modo per liberarsi, momentaneamente e nella tutela offerta dalla “bolla” creata da Salvatore e dai suoi collaboratori, di un presente vincolante, in modo da essere più facilmente riabilitabili.

( a cura di Andrea Partiti – “Il Teatro nelle carceri – Storia e tecnica del reinserimento sociale attraverso la pratica teatrale – 2018 )
Andrea Partiti: Nasce a Codogno nel 1994. Dall’età di 16 anni studia e pratica recitazione,attività che lo accompagnerà per tutta la durata dei suoi studi universitari all’Università statale di Milano. Proprio qui si Laurea nel 2018 con una tesi sulle attività terapeutico riabilitative all’interno delle carceri italiane,facendo convergere due sue grandi interessi all’interno dell’elaborato finale,il teatro e la psicologia umana. Dal 2013,Andrea lavora come fotografo dopo aver creato il brand Liam.
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